La fotografia agisce su tre livelli. Il primo è quello visivo. Il fotografo riconosce nel soggetto qualcosa che gli ricorda uno stato d’animo, un momento vissuto, un sentimento nei confronti di qualcuno, e lo rappresenta così com’è, utilizzando canonicamente il mezzo fotografico.

Al secondo livello c’è la magia di chi osserva la foto, che legge in essa quanto provato dal fotografo, ma anche qualcosa che riconosce di sé. La fotografia diventa così uno specchio.

Al terzo livello la fotografia non c’è più, si trasforma, secondo la propria esperienza, diventando ancora altro, proprio perché si è trasformata nella mente dello spettatore. È un processo dell’anima, impossibile da prevedere e da descrivere. La fotografia così non documenta, è una metafora.

Minor White nasce a Minneapolis nel 1908, è uno dei maestri indiscussi del XX secolo. Studia letteratura e storia dell’arte alla Columbia University e comincia a occuparsi di fotografia nel ’38.

Fonda con Dorothea Lange, Ansel Adams, Barbara Morgan, Beaumont e Nancy Newall la rivista Aperture di cui fu direttore e editore fino al 1976, anno della sua morte. Attraverso Aperture, Minor White fa conoscere le sue opere più significative e, soprattutto, instaura un contatto continuo con i più grandi fotografi del XX secolo, diffondendo le opere più importanti di questa disciplina. Oltre a fotografare, scrive saggi e insegna al Massachusetts Institute of Technology di Cambridge.

La fotografia di Minor White esce fuori degli schemi, è colma di poesia e di magia, in perenne trasformazione. Le immagini non devono essere solo osservate e studiate, vanno sentite e interpretate. Ogni soggetto perde il proprio significato reale per diventare un’opera che trascende la realtà.

La sua storia è fatta di tormenti, di solitudine, interiorità, poesia e le sue immagini sono il riflesso di tutto ciò. Egli ha vissuto attraverso le sue foto, ricche di fascino, inquietudine, mistero. I suoi scatti mostrano come in una metafora il viaggio che ognuno di noi compie nella propria vita.

Fondamentale, a quanto si è visto finora, nell’arte di White, il concetto di “equivalenza” (acquisito da Stieglitz) e cioè il passaggio attivo dall’esperienza interiore del fotografo a ciò che si riflette sull’osservatore, in base alla sua esperienza individuale.

Le foto di primo acchito informano, ma dopo un attento esame ci colpiscono.

Fotografia “abissale” la sua, che non può essere solo guardata, ma studiata attentamente, perché va oltre sé stessa.

“Certo, è una fotografia molto complessa… E i suoi paesaggi a volte faticano a cogliere nel segno, perché sono irriconoscibili: difficile provare il suo stesso stupore se non riusciamo a identificarli nel mondo che conosciamo” (Ansel Adams).

Come dicevamo la vita di Minor White è stata molto complessa; uomo molto religioso, ma alla ricerca di una religione. Omosessuale, condizione difficilissima da gestire in quel tempo, non era l’America di Mapplethorpe, la sua dichiarazione avrebbe distrutto la carriera di insegnante.

Sia la religiosità che l’omosessualità emergono in maniera molto forte nella sua opera.

“Io ora cerco le cose non per come sono, ma per cosa altro esse sono, quegli elementi oggettivi di tensione che stanno al di sotto della superficie dell’esperienza, altrettanto vera”. (Minor White)

Testo di Vittorio Gaveglia