“Il bianco e nero non è più misterioso del colore solo perché vediamo a colori tutto il tempo. È semplicemente più silenzioso del colore”.

La passione per la fotografia è nata dopo aver avuto un forte interesse per l’arte e aver fatto di questa una grande passione. Ha iniziato i suoi studi alla Banbury School of Arts nell’Oxfordshire e successivamente ha spostato il suo interesse sulla fotografia. Inizialmente si concentra sulla fotografia commerciale, ma ben presto trova un’attrazione totale nel paesaggio e nella natura.
Michael Kenna è l’ultimo di sei figli, nasce in una famiglia operaia a Widnes nel Lancashire in Inghilterra, proprio nei luoghi che hanno visto la rivoluzione industriale. Profondamente cattolico viene preso dalla chiesa a tal punto che a 11 anni si iscrive al seminario per diventare prete.
Lascia la scuola a 17 anni, non conosce ancora la tradizione della fotografia di paesaggio, ma ben presto scopre la fotografia di Sudek, Atget e Stieglitz e nel campo artistico Friedrich, Constable e Turner. Ha, inoltre, tanti altri interessi, dalla poesia alla scultura, dalla pittura alla musica.
Inizia a stampare le prime foto come assistente di Antony Blake poi a scattare i suoi primi paesaggi e allo stesso tempo studia professionalmente arte e fotografia.
A metà degli anni ’70 va in California, a San Francisco e qui capisce che la fotografia sarà il suo lavoro. Nel 2004 si trasferisce in Oregon e dal 2007 vive a Seattle.
Nonostante si sia stabilito in questa città è sempre in viaggio e tra tutti i luoghi che ha visitato il Giappone è quello più fotografato e amato.
Kenna non cerca immagini scontate, cerca composizioni che ottiene osservando le geometrie della natura e le traduce in immagini minimali e mai viste. I suoi scatti narrano giorni e notti silenziose in giro per il mondo, ma i paesaggi che preferisce e che lo attraggono di più sono quelli avvolti nella nebbia o quelli in cui il cielo si prepara alla tempesta.

I suoi riferimenti fissi sono per lo più i paesaggi di Friedrich e di Turner, che lo portano a vedere l’uomo decisamente piccolo e facilmente oppresso dall’immensità della natura. È questa immensità che egli rappresenta nelle sue immagini, una grandezza enfatizzata dalla presenza ridotta di dettagli naturali o di elementi realizzati dall’uomo nel paesaggio stesso.

Grazie a questa visione Michael Kenna riesce a trasformare un paesaggio comune in qualcosa di straordinario e a registrare sia la presenza che l’assenza dell’uomo in esso. Non fotografa quindi l’uomo ma le sue ”impronte”, le opere umane che ritrae sono presenti sulla terra da millenni, ritrae paesaggi delle metropoli di tutto il mondo come se fossero città deserte.
La calma, il silenzio, la solitudine sono sempre presenti nei suoi scatti. Emozioni che il fotografo riesce a suscitare grazie all”assenza” nelle sue fotografie. Sono sensazioni che arrivano all’osservatore anche grazie alla perfetta composizione e alla capacità del fotografo di tradurre una natura così caotica in ordine, linee e segni.

“[…] Il mondo è abbastanza caotico, apparentemente sempre più veloce […] Sono interessato a trovare e/o creare rifugi tranquilli dalla tempesta, luoghi dove la calma e la solitudine sono incoraggiati e la contemplazione interna è possibile. Penso che tutti debbano prendersi una pausa di tanto in tanto […] “.

Minimalismo, linee e segni, fanno da sfondo a fotografie contemporanee in cui il paesaggio è il protagonista. Il suo lavoro tocca tutti i continenti: è un instancabile viaggiatore, riesce a lavorare su più progetti contemporaneamente e a portarli avanti per un tempo indefinito.

Usa macchine fotografiche Hasselblad e Holga medio formato e lunghissimi tempi di esposizione.

Testo di Vittorio Gaveglia