“La foto non deve documentare la realtà, ma interpretarla. La realtà ce l’abbiamo tutti intorno, ma è chi fa la foto che decide cosa vuole esprimere. La realtà è un po’ come un blocco di marmo. Ci puoi tirar fuori un posacenere o la Pietà di Michelangelo.”

L’uso molto personale del colore, reale e astratto nello stesso tempo, unito ad una interpretazione originalissima del paesaggio in cui dominano strutture geometriche essenziali, ha portato Franco Fontana ad essere uno dei grandi della fotografia internazionale.
Nasce a Modena nel 1933, comincia a fotografare in maniera amatoriale intorno ai primi anni ’60 con una Kodak Retina presa a noleggio nei fine settimana, poi acquista a rate una Pentax; del ’68 è la sua prima mostra, a Modena; negli anni ’70 è già un maestro del colore.

“Il colore per me rappresenta la vita, il pensiero, il cuore, la gioia. Non è un fatto arbitrario, il bianco e nero è arbitrario come fatto creativo. Noi siamo abituati a vedere a colori. La mia prima testimonianza è stata a colori. Quarant’anni di colore. Ma quarant’anni fa c’era il rigoroso bianco e nero. Io ho scelto la fotografia a colori, e il colore va interpretato. È molto più difficile fare il colore che il bianco e nero. Non si cerca mai la realtà per quella che è, ma si cerca di reinventarla in un modo più ideale. I colori esistono, io li interpreto”.

Fotografare a colori è molto più difficile rispetto al bianco e nero. Nel bianco e nero spesso basta tenere sotto controllo la composizione, i toni chiari e scuri. Nella fotografia a colori oltre ai toni e alla composizione bisogna avere un controllo anche sull’equilibrio cromatico, se c’è un colore troppo forte rischia di focalizzare l’attenzione su di esso a discapito di quello che vuole essere il soggetto della foto, quindi c’è da reinterpretare il tutto, cambiare la composizione, il punto di osservazione ecc.

Innovativo anche dal punto di vista tecnico, nei suoi workshop spesso insiste sulla sperimentazione e sull’uso del teleobiettivo nella fotografia di paesaggio, andando a contravvenire le regole canoniche della fotografia di base sull’uso del grandangolo.
Il teleobiettivo rende l’immagine bidimensionale, annulla completamente la prospettiva, schiacciandola, e quindi facendo una vera e propria selezione di quello che i nostri occhi osservano.
Quello che vediamo in un paesaggio si perde ai nostri occhi se non riusciamo a discriminare. Il teleobiettivo ci aiuta a fare proprio questo, a individuare e significare quello che sentiamo, crea una situazione a cui l’occhio non è abituato, rende visibile quello che spesso è invisibile.
Anche l’uso di nuove tecnologie fanno parte dell’arte di Franco Fontana. Il computer e Photoshop sono per lui un plus, una licenza pittorica che aggiunge qualcosa e a volte molto alle sue foto; fotografare e nello stesso momento pensare di aggiungere qualcosa in post che è impossibile da fotografare.

“La mia opera non nasce come testimonianza, ma se ne riappropria ugualmente. È un mezzo per fare arte. Sono foto di pensiero, che non documentano”

Nella documentazione fotografica, è giusto non alterare ciò che la fotocamera cattura. Ma Franco Fontana non ha la pretesa di documentare. Nella fotografia pubblicitaria o artistica, come quella del fotografo modenese, il confine tra realtà e invenzione si assottiglia fino a fondersi. Se il fotoritocco può completare e arricchire l’idea del messaggio che si vuole trasmettere, non c’è niente di sbagliato nell’utilizzarlo. Ovviamente, come in tutte le cose, la misura deve essere data dal buonsenso.

Fontana con il suo modo di fotografare spezza la continuità con i fotografi del suo tempo e decide di farlo attraverso l’uso di un colore acceso, quasi eccessivo, che riempie le sue immagini senza lasciare alcun spazio alla tradizione del bianco e nero.
I suoi colori sono spesso stravaganti ed esagerati, nella convinzione che la bellezza di un oggetto non risiede in se stessa ma nella fotografia che dell’oggetto viene realizzata. Per lui essere un fotografo equivale ad essere uno scrittore, un musicista o un pittore perché nella fotografia la bellezza dell’oggetto è il frutto dell’ispirazione e dell’abilità tecnica dell’artista. In questo modo Franco Fontana conferisce alle sue immagini un’impronta unica che le rende immediatamente riconoscibili.
Le sue foto non sono semplici riproduzioni dell’oggetto che sta dinanzi all’obiettivo, diventano vere e proprie costruzioni geometriche.

La figura geometrica diventa così l’elemento portante della fotografia di Fontana. Al centro di queste linee colloca l’uomo. Una figura che il fotografo non coglie mai nella sua autenticità visiva. L’uomo di Fontana diventa un’ombra che attraversa le strisce pedonali, che si appoggia a un muro o che osserva un cartellone pubblicitario. Ha un modo nuovo e moderno di intendere la fotografia: i tradizionali ritratti, infatti, cedono il posto ad immagini futuristiche dai tratti vagamente astratti.
I temi principali sono i paesaggi, i paesaggi urbani, accompagnati da uomini/ombre, luci e colori che sono rappresentati nelle fotografie a volte nella loro realtà a volte immaginati. Il confine delle ambientazioni di Fontana è molto sottile.
A volte è evidente il paesaggio naturale; in altri, invece, l’artificio della macchina rende il soggetto artificiale, quasi a voler rappresentare l’anima del fotografo dominata dalle macchine e dell’artificiosità umana.

“La grande fotografia è nella testa. Se hai un’idea e hai ben chiaro cosa vuoi fotografare e come devi fotografarlo, il mezzo diventa relativamente importante.
Un ampio bagaglio culturale può farti decidere cosa fotografare, mentre la conoscenza e lo studio della tecnica ti aiuteranno a rappresentare al meglio la tua idea. E credimi, non hai bisogno di altro per creare una grande fotografia”.

Testo di Vittorio Gaveglia