A 14 anni mostra le sue foto a Edward Steichen che in quel periodo dirige il MoMa di New York, a 17 anni lascia la scuola per frequentare la Factory di Andy Wharol. A 23 anni è il primo fotografo della storia ad avere una mostra personale al Metropolitan Museum di New York.

Dopo ciò Stephen Shore parte per un viaggio attraverso l’America dal quale nascerà “American Surface”, è da tutti considerato uno dei fondatori della moderna fotografia a colori.

“American Surface” sono istantanee  di tutto ciò che Shore incontra durante il viaggio: le persone per strade, i pasti che ha consumato, le stanze in cui ha dormito, le strade, le stazioni di servizio, i motel, le automobili, i parcheggi. “Praticamente fotografavo ogni piatto che mangiavo, ogni persona che incontravo, ogni letto in cui dormivo e ogni bagno in cui orinavo“.

Le sue foto diventarono un affresco dell’America di provincia e del suo paesaggio che l’uomo ha cambiato per sempre.

La rivoluzione di Shore è nell’utilizzo del colore e nel fotografare l’ordinario, fino a quel momento la fotografia a colori era ritenuta adatta solo in campo commerciale e pubblicitario.

Nato a New York nel ’47 è stato il fotografo che ha influenzato intere generazioni di artisti che hanno “copiato” il suo stile fotografico e interpretato in modo nuovo il paesaggio e il colore.

Indubbiamente influenzato dal lavoro di Walker Evans impara tantissimo nella Factory di Andy Wharol, il suo lavoro sfonda con profonda irruenza le convenzioni stilistiche dell’epoca e apre nuove strade e nuovi percorsi.

“Uncommon places” luoghi straordinari, dove mette in relazione lo spazio pubblico e l’ambito privato; parcheggi, strade, persone, cibo, automobili, architetture, diverranno vere e proprie pietre miliari della fotografia contemporanea. Sono vedute antispettacolari, odissee urbane che segnano il culmine di ciò che allora era considerata l’assoluta “normalità” americana, fotografate in modo anonimo, come avrebbe fatto chiunque, con un estetica amatoriale talmente ben curata da risultare perfetta.

“L’istantanea ha le sue convenzioni, la sua materialità e la sua brillantezza. Si tratta di verificare come tali elementi operino nel momento di strutturare l’immagine e il suo discorso”.

Alla base delle sue foto c’è sempre il colore, in particolar modo l’azzurro che è “il peso che bilancia la tonalità del terreno”, poi il simbolo e la rappresentazione. Il paesaggio “scarno”, privo di elementi spettacolari è vissuto da Shore come esperienza e rappresentazione.

È stato il primo fotografo a dimostrare che una fotografia a colori poteva essere un’opera d’arte come un quadro o una foto in bianco e nero. I colori pieni e saturi sono caratteristici dei suoi scatti, insieme alla scelta di soggetti che è rimasta coerente nel tempo: motel, automobili, vetrine insignificanti della più sperduta provincia americana.

“Facile trasformare in immagine l’eccezionale. Io voglio scoprire la magia che si cela dietro ciò che ci appare banale e insignificante”.

Shore, il pioniere visionario del contemporaneo, capace di passare con agilità dal colore rivoluzionario di “American Surfaces” e “Uncommon Places” al bianco e nero di “Archaeology”, dalla street photography agli still life, dalla Rollei 35 mm alla Mick-o-Matic a forma di testa di Topolino, dal museo a Instagram dove quasi 100 mila follower sono testimoni della sua capacità di mettersi alla prova, sondando limiti e potenzialità del linguaggio fotografico.

“So esattamente come scattare una foto rettangolare ma, su Instagram, le foto quadrate hanno una visibilità migliore: negli ultimi quarant’anni non ne ho mai scattate e riuscirci oggi, è un stimolo creativo. Anche la dimensione è una scommessa: mi costringe continuamente a domandarmi quanto complessa e dettagliata possa essere una foto così piccola.

Consciamente o meno, Instagram sta cambiando il nostro linguaggio visivo: le foto che funzionano meglio sono molto semplici dal punto di vista della composizione. Se avessimo scattato le stesse immagini in pellicola sarebbero state considerate banali o piatte, vederle su uno schermo retroilluminato nel palmo della mano dà loro una diversa intensità”.

Vorrei concludere questa breve presentazione con una lettera che Shore scrive in risposta ad una lettera di un suo studente, è illuminante non solo per chi l’ha ricevuta all’epoca, anche per i giovani fotografi di oggi, ma non solo giovani, è validissima per tutti.

“Caro giovane artista,

sì, penso che tu possa ottenere tutte e due le cose: partecipare al mondo dell’arte, e mantenere la tua integrità. Ma il successo nel fare questo, dipende dal rapporto che hai tu, con la tua arte.

Ho insegnato al Bard College, più di vent’anni. Ho anche avuto l’opportunità di incontrare studenti laureati provenienti da varie istituzioni. Per la maggior parte, però, incontro studenti trascinati dal desiderio di essere artisti affermati. Certamente non tutti; ma vedo in loro questa tendenza.

È comprensibile. Per me, però, ciò ha davvero poco a che fare coi motivi per i quali io faccio arte. Si fa arte per esplorare il mondo e la cultura, approfondire lo strumento scelto, esplorare se stessi. Si fa arte per comunicare – mediante il linguaggio di questo strumento – una sensazione, un’osservazione, una comprensione, uno stato mentale o emozionale. Si fa arte per rispondere – o tentare di rispondere – a domande. Si fa arte per divertimento. In breve, lo si fa per rispondere a necessità di natura personale.

Uno studente potrebbe vedere un’opera d’arte grandiosa e dire a se stesso “Questa è proprio fantastica! Anch’io voglio creare opere d’arte eccezionali”. Di conseguenza, lo studente si mette al lavoro per cercare d’ottenere questo risultato. Se ha talento, potrebbe produrre qualcosa che assomiglia ad un’opera d’arte. Chi ne sa poco, magari la considera tale. Ma il vero problema è che quel grandioso manufatto così tanto ammirato dallo studente, non è nato da motivazioni proprie. È il risultato della ricerca personale dell’artista.

Avere ambizioni non è una cosa negativa. Di fatto, l’ambizione è necessaria affinché ci si ritagli il tempo per produrre il proprio lavoro tra la marea di altre esigenze che la vita ti impone. La vera domanda è verso cosa risulta indirizzata la tua ambizione. Se sei coerente col tuo percorso personale, fare mostre e vendere opere non ti danneggerà. Potresti guadagnare a sufficienza per vivere e vivere bene. Non c’è niente di male in questo. I problemi arrivano quando il mercato comincia ad influenzare le tue decisioni. Se il tuo lavoro ha la necessità di evolvere e cambiare, potrebbe anche significare di dover abbandonare il tuo approccio che è quello che ti ha portato riconoscimenti.

È chiaro: tu vuoi affermarti come artista e “sviluppare la tua personale percezione delle cose”. Se aspetti sino a che non hai la certezza di avercela fatta, rischi di non fare una determinata mostra. Trovare la propria voce può benissimo diventare il percorso, non l’obiettivo. Ho studenti che iniziano a studiare fotografia al college e mi dicono che vogliono “esprimere se stessi”. Tra me e me, io penso: “Hai solo diciott’anni, come puoi esprimere te stesso se non ti conosci ancora?”… Ma ciò non deve dissuaderli. Perché nel praticare l’arte, possono imbarcarsi sulla rotta che li porta successivamente a trovare sé stessi.

Ho un’ultima cosa da aggiungere. Nel farlo, potrei fraintenderti o renderti un pessimo servizio… ma ho avuto l’impressione – dal tono della tua lettera – che tu stia utilizzando il tuo dilemma morale come pretesto per non impegnarti nel tuo lavoro d’artista e che tu stia usando la tua fragilità per schivare i miei giudizi critici. Non farlo!

Buona fortuna e auguri,

Testo di Vittorio Gaveglia