“Nel mio lavoro parlo di essere umano. Il nero è il momento storico. La mia è un’idea sociale del colore. Ho sentito come un dovere mettere il nero nel lavoro”.

Ricco di simbologie e di distorsioni elettroniche questo funambolo avanza contro tutte le idee e convenzioni della nostra società e con una finta adorazione di dèi languidi e neri, carnali, sacri, crocifissi, imbavagliati.

Mustafa Sabbagh si muove tra condizioni di vita negative e l’utopia, dando a chi guarda le sue opere la libertà di attribuire un senso senza mai disgregare il suo pensiero. La sua ricerca attraversa una specie di contro canone estetico dove il centro dell’interesse è la pelle, anteposta a fondali quasi neri e lividi, che vanno a studiare l’uomo attraverso il medium fotografico.

Osservando le sue opere si prova disagio e armonia, ma imperfetta, che lui trasferisce con disinvoltura dalle pagine di un libro ai white cubes dei musei e delle gallerie più famose.

Se Mustafa Sabbagh è considerato tra i 100 fotografi più influenti al mondo e tra i 40 ritrattisti di nudo, è forse perché affronta territori inesplorati della bellezza e della natura, con l’intenzione di andare contro il dogmatismo e il moralismo. Anticonformista per eccellenza e purista dell’immagine è stato allievo di Avedon; è un italo-palestinese (padre palestinese, madre italiana) nato ad Amman, allevato in Europa e in Medio Oriente, ha studiato a Venezia e ha deciso di vivere a Ferrara, cosmopolita e nomade.

Le basi artistiche di Sabbagh sono costituite da un uso rarefatto del tempo, da obiettivi che portano direttamente sul primo piano, da gestualità plastiche mai ampollose, ma soprattutto da una padronanza degli spazi e delle tecnologie al momento dell’installazione del set. E poi i miti, come emblemi e come esseri umani che stazionano in scena indipendentemente dagli olimpi, dai vangeli o dalle santerie varie.

Arte molto pensata la sua che nasce da profonde riflessioni e che riesce a congelare sotto forma della più raffinata forma estetica.

È comunque sempre la parte emotiva che irrompe nelle opere di Sabbagh, lui scopre e ricopre i suoi modelli di motivi psicologici carichi di ossessioni, paure, estasi, eccessi, nel tentativo di carpire la bellezza in tutte le sue forme, forse per portare i suoi sogni o incubi in un’ipotetica realtà.

“… sì, mi fotografo continuamente. Non come persona, ma perché faccio parte dell’umanità. Quindi anche tutte le sfaccettature delle persone che fotografo – sia belle che brutte – fanno parte di me. Ma anche perché il soggetto – l’effigiato, il fotografato – in quel momento diventa uno strumento, perché voglio arrivare ad un concetto mentale. L’autoritratto non è solo un qualcosa di fisico, si può fare anche con un pensiero. Quindi proietto sul soggetto i miei incubi, i miei sogni e lui diventa lo strumento per realizzarli. La fotografia, alcune volte, è un atto molto violento. Non si ruba l’anima, ma si mischiano gli animi”.

Testo di Vittorio Gaveglia