“Non si chiede mai a un pittore quali pennelli usa o a uno scrittore che macchina per scrivere usa [… ]. Quel che conta è l’idea non la macchina fotografica”.

Stieglitz, i collages di Picasso, Cezanne, il dadaismo di Picabia e di Duchamp lo influenzano in maniera determinante e la sua ricerca che fino a quel momento è incentrata sul cubismo vira nettamente verso il dadaismo il surrealismo.

Cambia il suo impronunciabile nome Emmanuel Radnitsky in “uomo raggio” Man Ray e inizia a fotografare perché non soddisfatto delle riproduzioni delle sue opere fatte dai fotografi professionisti. Il suo interesse è per la luce e per i cambiamenti delle ombre in rapporto alla luce stessa, questo è evidente fin dalle prime fotografie (La Femme) dove lui usa soprattutto oggetti di uso comune.

Difficile la collocazione di Man Ray, è forse un fotografo o piuttosto una figura di rilievo del movimento dadaista? Intorno al 1921 lui è a Parigi e frequenta amici, artisti, letterati e circoli dadaisti. Questo è anche il periodo delle sue tecniche sperimentali che vanno dalle Rayografie o fotogrammi, al collage e alla solarizzazione.

Le rayografie sono immagini generate in camera oscura senza macchina fotografica, grazie a un processo chimico che la luce innesca sui materiali fotosensibili: il risultato è un negativo degli oggetti opachi o traslucidi che sono stati appoggiati sulla carta. Lui ne rivendica la paternità, ma in effetti Moholy-Nagy sta utilizzando la stessa tecnica per i suoi esperimenti sulla Gestalt. Partono comunque dalla stessa idea di universalità dell’arte per arrivare a risultati che spesso sono diversi, dalla ricostruzione postbellica alla decostruzione di ogni regola borghese.

Dall’altra parte c’è la fotografia, che gli permette, insieme alla pittura, di indagare nell’immaginazione e nell’inconscio.

“Io fotografo ciò che non voglio dipingere e dipingo ciò che non posso fotografare”.

Quindi la pittura e la fotografia non sono in competizione, Man Ray utilizza entrambe le arti in base alle sue esigenze di espressione, e per queste si occupa di scultura, di cinema e di ready made, che lui chiama “oggetti di affezione”. Spesso le sue foto contengono questi assemblaggi e titoli stravaganti, per una lettura letteraria e simbolica delle immagini.

Con la sua semplicissima Kodak ritrae la realtà e il quotidiano; un paesaggio, degli oggetti, un volto, un nudo, non semplicissime foto però, bensì proiezioni delle sue immagini mentali.

“Le violon d’Ingres” è un ottimo esempio concettuale, il semplice ritratto di schiena della sua donna diventa un discorso estremamente complesso. Pur richiamando il celebre dipinto di Ingres, il titolo non ha un senso logico e indica più che altro un suo hobby preferito, il corpo della donna assomiglia effettivamente ai contorni di una viola d’amore. Si limita ad aggiungere a contatto le “ff” dello strumento, creando un capolavoro di sensualità e di concetto dai molteplici significati.

Dietro ogni scatto di Man Ray c’è una domanda: “Perché?”.

Perché? per chi vuole capire, “come? per chi vuole imitare.

Man Ray nasce a Filadelfia nel 1890, ebreo di origine russa vive la sua gioventù a New York dove completa gli studi e inizia a lavorare come grafico. La Boys High School di Brooklyn gli dà solide basi di disegno e di altre tecniche artistiche. Frequenta musei e gallerie di New York, studia le opere dei classici della pittura e dell’arte contemporanea. Rifiuta una borsa di studio in architettura e compra la prima macchina fotografica. Nel 1914 sposa la poetessa Adon Lacroix da cui si separa 5 anni dopo.

La lezione che Man Ray ci lascia è che bisogna dare a ogni singolo scatto un peso specifico immenso, come se fosse un’opera d’arte a se stante.

“Ogni fotografia è un quadro, o una scultura”.

Non esiste improvvisazione nell’arte di Man Ray, ma studio del soggetto e un messaggio spesso sovversivo da veicolare ogni volta attraverso un’immagine che stupisce. Attraverso un fotogramma che non passa mai inosservato ma che porta sempre con sé una domanda.

“Alcune delle opere d’arte migliori, delle più riuscite, sono state prodotte quando gli autori non pensavano affatto di creare un capolavoro, ma si preoccupavano di come dar forma a un’idea. La natura non crea opere d’arte. Siamo noi, con la facoltà d’interpretazione propria della mente umana, che vediamo l’arte”.

Alla fine della seconda guerra mondiale Man Ray torna Parigi, dove vivrà fino al giorno della sua morte, in questi anni continua a dipingere ed a fare fotografie. Nel 1975 espone le sue fotografie alla Biennale di Venezia.

Negli ultimi anni della sua vita torna spesso negli Stati Uniti, a Los Angeles. Tuttavia egli considera Montparnasse la sua casa e lì il 18 novembre del 1976 muore. Viene seppellito nel cimitero di Montparnasse. Il suo epitaffio recita: “Non curante, ma non indifferente.”

Testo di Vittorio Gaveglia