“Mi sembra che, per vedere, io debba prepararmi prima. A volte per lungo tempo. Mi riuscirebbe difficile, uscendo da qui, fare delle foto a Parigi. Per guardare, avrei bisogno di andare in un’altra città, a New York per esempio, di esser solo, di alloggiare in un hotel, di passeggiare per le strade, all’inizio senza macchina fotografica, e a poco a poco vedrei. Allo stesso modo non saprei fare il ritratto di una donna così, di punto in bianco. Avrei bisogno di pensarla, di immaginarla. Bisognerebbe che lei si preparasse o che la preparassero, mentre io preparo me stesso. E anche quando alla fine, si troverebbe di fronte a me, non mi sentirei ancora pronto. Mi ci vorrebbero due o tre ore per comprenderla, poco alla volta, attraverso il mirino.”

È il 1969 e un “anonimo fotografo” di Praga vince il premio Capa a New York. Lo ha saputo per strada, da un amico che ha sentito la notizia alla radio. La prima cosa che pensa in quel momento, è scappare.
Viene aiutato dagli zingari con una borsa di studio in Camargue. Lascia Praga nel 1970, ci ritornerà 20 anni dopo.

Josef Koudelka, uno dei più grandi fotografi al mondo, un vagabondo (a detta di suo figlio). Anche perché non ha pagato mai l’affitto di una casa, d’estate girava il mondo zaino in spalla e sacco a pelo, d’inverno bazzicava case di amici e ufficio Magnum, dove metteva a posto le foto scattate nella bella stagione.

Si può dire che diventi fotografo il 21 agosto del ’68, quando per pura casualità si trova in Piazza San Venceslao e assiste all’arrivo dei carri armati russi che soffocano la Primavera di Praga. Con la sua Exakta e con delle pellicole cinematografiche ritagliate a misura documenta una delle pagine più brutte della storia.
Quel braccio e la spianata della piazza sullo sfondo è un immagine simbolo della repressione sovietica. L’orologio indica l’ora della manifestazione di protesta che avrebbe dovuto aver luogo il giorno dopo l’invasione, ma che alla fine si è rivelata una trappola messa a punto dai russi stessi, cioè, fa radunare quanta più gente possibile per scatenare incidenti e quindi giustificare l’ingresso delle truppe sovietiche in Praga. La piazza, nella foto di Koudelka, è vuota. Grazie a un passaparola nessuno si presenta.

“Dall’esilio non si torna mai”.

Fuggito da Praga nel 1970 è accolto con lo status di rifugiato politico in Gran Bretagna, apolide fino al 1987 quando diventa cittadino francese. Gira l’Europa senza bagaglio e poco denaro, nel suo girovagare non si ferma mai più di tre mesi nello stesso posto. Le foto in bianco e nero, le sue inquadrature rigorose, panorami nei quali l’uomo quasi sempre si perde, la tristezza profonda di un girovagare perenne. Sono queste le caratteristiche di Koudelka, del suo modo di fotografare il mondo.

“Io ho avuto la fortuna di poter fare sempre ciò che volevo, di non lavorare mai per altri. Forse è un principio stupido, ma l’idea che nessuno possa comprarmi è importante per me. Io rifiuto di lavorare su commissione, anche per progetti che sono deciso a portare avanti comunque, per me stesso. È un po’ uguale con i miei libri. Quando il mio primo libro, quello sugli Zingari, è stato pubblicato, ho fatto fatica ad accettare l’idea di non poter più scegliere le persone a cui mostrare le mie foto, l’idea che chiunque potesse comprarle”.

Dopo aver usato il grandangolo per tantissimo tempo ha la sensazione di ripetersi, acquista una Leica con un 50mm e il suo modo di guardare cambia. Ma non è ancora contento; il suo spirito libero si invaghisce del formato panoramico, non solo, ma elimina dalle inquadrature, tra lo sconcerto di tutti, l’uomo. I dubbi vengono smantellati quando esce “Chaos”, fotografie con accostamenti dolorosi di foto panoramiche, spesso anche in verticale, a formare dei polittici di mondi metafisici e devastati.

“Non so cosa sia importante per le persone che guardano le mie foto. Quello che è importante per me, è il fatto di farle. Io lavoro sempre, ma non ci sono molte foto che trovo veramente buone. Non mi sento veramente un buon fotografo. Penso che chiunque, se lavorasse come lavoro io, potrebbe ottenere gli stessi risultati. Ma io non lavoro per provare il mio talento. Io fotografo quasi tutti i giorni, tranne quando fa troppo freddo per viaggiare a modo mio. Qualche volta faccio delle buone cose, altre volte no, ma penso che col tempo qualcosa verrà fuori dal mio lavoro: non ho angosce in questo senso. Faccio anche molte foto sulla mia vita: i piedi, l’orologio”.

Josef Koudelka nasce in Cecoslovacchia, a Boskovice il 10 gennaio 1938.
Inizia a fotografare la sua famiglia con un apparecchio 6×6 in bakelite.
Nel 1961si laurea presso l’Università Tecnica di Praga, lavora come ingegnere aeronautico sia a Praga che a Bratislava.
Ottiene commissioni da riviste di teatro, fotografa con una vecchia Rolleiflex il dietro le quinte delle produzioni sceniche del Teatro di Praga, finché nel 1967 decide di rinunciare alla carriera di ingegnere per dedicarsi completamente alla fotografia. La testimonianza fotografica sulla fine della Primavera di Praga è nota grazie ai suoi negativi che lasciano Praga seguendo canali clandestini, dall’agenzia Magnum Photos finiscono per essere pubblicati sul The Sunday Times, in maniera anonima, contrassegnate unicamente dalle iniziali P.P. (Prague Photographer), nel timore di rappresaglie contro di lui e la sua famiglia.
Le sue immagini di quegli eventi divennero drammatici simboli internazionali.

Negli anni settanta e ottanta, Koudelka prosegue il suo lavoro grazie al sostegno di numerosi riconoscimenti e premi. Gypsies (1975), il suo primo libro e Exiles 1988, il secondo. Dal 1986 ha lavora con una fotocamera panoramica. Nasce così Chaos, del 1999.
Torna in Cecoslovacchia nel 1991. Il risultato del suo rientro in patria è Black Triangle, un’opera in cui documenta il paesaggio devastato del suo paese.
Nel 1994 segue il regista Angelopoulos nelle riprese del film “Lo sguardo di Ulisse”, compiendo con lui, fino alla morte di Gian Maria Volonté, un itinerario attraverso Grecia, Albania, Jugoslavia e Romania.
Koudelka risiede in Francia e a Praga e continua il suo lavoro nel documentare il paesaggio europeo. Ha due figlie e un figlio, ciascuno nato in un paese diverso: Francia, Inghilterra e Italia.

Le prime esperienze hanno influenzato significativamente la sua opera fotografica, i rituali sociali, culturali e l’idea della morte.
Studia approfonditamente gli Zingari della Slovacchia e della Romania. Desolazione, abbandono, partenza, disperazione e alienazione, sono temi costanti nel suo lavoro.

“Per me la cosa più bella è svegliarmi, uscire e andare in giro a guardare. Guardare tutto. Senza che nessuno stia lì a dirmi: Devi guardare questo o quello”.

Testo di Vittorio Gaveglia