Sono circa 40.000 persone a Wilkes-Barre. È una frazione della Pennsylvania, una regione metropolitana dove vivono 560.000 persone. Ma a Rust Belt c’è un celebre fotografo che sostiene di aver scattato un numero di fotografie più alto di tutti questi numeri, e di avere più di 800.000 negativi ancora da sviluppare. Stile aggressivo ma onesto è uno dei pionieri della street photography.

Mark Cohen non segue regole: tagli netti, linee scomposte, teste tagliate, zero prospettiva e profondità di campo, spara quasi sempre addosso al soggetto. È un poeta fuori dal coro, a lui tutto è permesso. Si avvicina così tanto da far sparire ogni distanza, claustrofobia pura, ma grande empatia. È una fotografia “intrusiva” la sua. Non vuole documentare nulla, ma rappresentare un discorso narrativo e occasioni di incontro, di sorpresa, di affinità, di simbiosi tra le cose, che poi diventano rivelazioni inaspettate prima per lui poi per gli spettatori.

Guidato dal suo istinto, scatta senza mai guardare nel mirino, abbagliando i soggetti con la luce del flash. Vagabonda tra la gente come un cercatore di funghi attraversa i boschi, sceglie la sua preda, osserva i dettagli. Il procedimento che caratterizza i suoi scatti lo definisce lui stesso “invadente” in quanto, con la sua lente grandangolare, prende gli istanti di vita che gli passano davanti, appropriandosi della privacy di sconosciuti e violando il loro spazio corporeo.

Per questo motivo il suo metodo è stato spesso criticato. Il soggetto si ribella, ma al loro tempo, anche Bresson, Erwitt, Frank ecc. venivano considerati fotografi “spioni”.

Spara il flash sul soggetto… ed ecco il petto di un uomo elegantemente vestito, senza testa; gli occhi sorridenti di un ragazzino; la bocca di una vecchia signora; le scarpe con tacchi alti di una donna. Tutti particolari dei suoi concittadini.

La fotografia di Mark Cohen è fatta di immagini immediate, vitali e caotiche, ossessive; ci dà una visione unica del mondo intorno a noi, ricerca piccoli dettagli, particolari di oggetti quotidiani, gocce di pioggia su una pozzanghera, bambini che giocano, smorfie.

Inquadra casualmente e in modo eccentrico, gli angoli, non usando il mirino, sono per forza di cose fuori limite, la fotocamera è sempre allarmante vicino ai soggetti umani. Allarmante perché Cohen non annuncia la sua presenza, incombe alla sprovvista e spara all’istante, le persone non hanno il tempo di realizzare che il loro spazio personale è stato invaso.

Il suo metodo invadente decapita le persone, restituendoci con i particolari del corpo, l’espressività che di solito associamo ai visi. In questo modo cattura istanti di vita che ci passano davanti, riuscendo quasi sempre a cogliere le domande e i misteri dell’ordinario.

“Frame” è sicuramente il suo libro più completo è composto da 250 immagini in bianco e nero e a colori.

“Credo che il libro dimostri che si può pubblicare un intero libro di fotografia anche su una piccola città e non si deve per forza andare nel centro di New York o a Parigi per lavorare come artista. Ho fatto queste foto allontanandomi solo 15 km da casa mia. Puoi lavorare semplicemente scattando ciò che conosci. Sai quando dicono “Insegna ciò che sai?” Ecco Frame è questo. In queste immagini il vocabolario è molto ricco; ci sono immagini di ginocchia, cappotti e fiocchi di neve. Ci sono un sacco di cose qui, c’è molta varietà, ed è tutto in questa piccola città. Andrei a New York a mostrare le foto alla gente, ma non ho mai lavorato in gruppo. Non andavo a scuola, non ero iscritto a nessun corso di fotografia all’università. Ho fatto tutto a modo mio”.

Testo di Vittorio Gaveglia