Ritratti che sembrano di gesso, immobili, a volte dolci, quesi sempre spettrali. Visi di donna che sembrano bambole, suore di grande bellezza, inquietanti bambini dai volti marziani, facce color latte che contrastano con qualche elemento colorato, giusto per dare un minimo senso di movimento.

Le forme sono levigate, rese con estrema precisione, in un’ottica di umana “non identità”; al centro occhi di vetro che guardano l’infinito, muti.

L’arte diventa così uno strumento di riflessione tra il vivente e l’inerte, l’attraente e l’inquietante, il bello ed il brutto.

Oleg Dou ha 35 anni, russo, di Mosca, diventato famoso a livello internazionale per il suo stile originalissimo e innovativo. Nasce come designer ma poi passa alla fotografia. È influenzato dalla moda e dal surrealismo, attraverso un mix di design e fotografia crea opere che fondono la realtà con l’artifizio e per il pubblico sono fortemente impattanti. I visi li ritocca al computer fino a ricavarne una pelle di porcellana e la figura umana si “de-umanizza” per diventare un androide.

Nella serie fotografica «Toy story» tutto nasce da un episodio che risale alla sua infanzia e che lo ha segnato profondamente: il piccolo Oleg frequenta la scuola materna, viene fotografato con in braccio un giocattolo, un orso di peluche, che poi deve restituire. È proprio la restituzione del peluche, al quale il bambino è già affezionato, che crea quella delusione che l’artista nella sua analisi a posteriori attribuisce al comportamento superficiale degli adulti, che a volte giocano facendo gustare loro una falsa felicità, in modo che il gioco vero e proprio è rappresentato dal bambino stesso.

Piccoli cromatismi che catturano subito l’attenzione, come un paio di corna rosse, un naso da Pinocchio su sfondi assolutamente neutri, aumentano quel senso di privazione e di beffa.

La sua arte è una misto di fotografia, design e sperimentazione: una fotocamera digitale e un abile fotoritocco sono gli strumenti di cui si serve per esaltare l’artificialità e sottolineare l’assurdità dell’omologazione.

Consapevole che in fondo anche nell’uguale c’è diversità, Dou fissa l’attenzione sullo sguardo e dà il suo contributo allo studio dell’anima, analizzando il concetto di solitudine.

È «Cubs» (Cuccioli) comunque, la più affascinante delle sue creazioni. Anche qui tutto nasce dalla sua esperienza personale: l’imbarazzo provato davanti alla macchina fotografica con indosso un costume da animale, durante una festa di carnevale.

L sua tecnica si rifà a quella praticata nel XIX secolo, i ritratti funebri. Così, in questi scatti, attraverso un’attenta scelta dei costumi, l’eleganza dei dettagli e la compostezza di ogni posa, procura all’osservatore un forte disagio, lo stesso provato da lui da bambino.

E poi le maschere, create per fuggire da quello che siamo veramente, per dare forma a una nuova identità che non potrà mai nascondere del tutto la storia che lo sguardo di ciascun uomo è in grado di raccontare.

“Sto cercando qualcosa al confine tra il bello e il ripugnante, il vivo e il morto”.

Ogni ritratto ha una sbavatura sconcertante, piccole sottigliezze come un’unghia appuntita, una lacrima, una linea di cucitura, denti affilati o lo strabismo di un occhio.

“Mettimi in una stanza con una di queste creature e non posso fare a meno di avere paura della mia vita”.

L’aspetto più inquietante è che lo spettatore spesso riesce a connettersi, a riconoscersi nelle sue figure. Il pericolo è che se una di queste creature ti seduce troppo a lungo, rischi di trovare l’orrore del vuoto.

Testo di Vittorio Gaveglia