“Una buona fotografia dovrebbe provocare una reazione. Che si tratti di risate, shock, costernazione, pietà, compassione o qualsiasi cosa, dovrebbe dirci qualcosa sui nostri simili e quindi su noi stessi”.

Trae ispirazione dai grandi maestri Fabian Schreyer, il momento decisivo è la caratteristica della sua fotografia e della street in genere. I colori sono intriganti e i bianchi e neri sono di classe. È nato nel 1983, vive vicino a Monaco di Baviera, ad Ausburg, dopo aver passato un po’ di tempo a Berlino ed aver studiato a Passau. Dal 2008 lavora come giornalista freelance e come PR nel mondo della musica.

Comincia a fotografare da bambino, prendendo foto durante le vacanze con la famiglia, usa una compattina analogica, passa in seguito ad una reflex analogica Nikon. Durante il periodo universitario ha accesso ad un laboratorio fotografico che accresce la sua passione per la fotografia.
Si trasferisce a Berlino e comincia a conoscere fotograficamente la città, la percorre a piedi in lungo e in largo.
Girovagando ogni giorno prima o dopo il lavoro, cattura tutto ciò che gli interessa. Fotografa le persone e il loro ambiente urbano, cerca così di ottenere una migliore comprensione dello spirito e della struttura della città. La fotocamera si rivela il compagno giusto per quelle passeggiate casuali attraverso i quartieri.

La realtà e i personaggi reali hanno sempre catturato il suo interesse. È interessante vedere, quanta poca attenzione la gente dà a ciò che accade intorno a loro, sebbene la vita quotidiana offra infinite scene interessanti da osservare. Ognuno sembra concentrato sulla propria attività, Fabian rivolge così la sua attenzione su qualcosa che è visibile a tutti e allo stesso tempo è al di fuori della percezione della maggior parte delle persone, le seleziona, scatta attraverso i sui “filtri” modellando e mostrando la sua visione soggettiva.

Intuizione, pazienza, empatia, esperienza, capacità di anticipare, percezione unica e veloce, sono questi gli elementi che occorrono per una buona fotografia di strada.
Attraverso queste caratteristiche può apprezzare le sottigliezze della vita quotidiana, riesce a guardare più da vicino ciò che lo circonda, conosce posti nuovi e nuovi amici.
E poi, raccontare storie, come quella volta a Barcellona. “Ero seduto in questo piccolo caffè nel Barrio Gotico, sorseggiando un espresso e riposandomi dalle mie passeggiate su e giù per Las Ramblas e dintorni. C’era questa coppia seduta al tavolo accanto. Stavano parlando tra loro, e io li stavo osservando da tempo. All’improvviso suonò il cellulare del ragazzo. Rispose alla chiamata, si alzò immediatamente e uscì di corsa. Quando fu fuori dal bar, si rese conto che non aveva nemmeno salutato la ragazza. Era davvero impegnato ad andarsene, così non tornò più, ma la baciò attraverso la finestra aperta. Mentre osservavo l’intera scena dall’inizio, ero pronto per catturare questo bel momento”.

Nel 2013 fonda “The Street Collective”. Partecipa con altri collettivi al Miami Street Photography Festival per farsi conoscere e anche ad una grande mostra collettiva in Svezia nell’estate 2014. Nello stesso anno avvia un progetto fotografico a lungo termine chiamato “Via!”. I risultati di questo progetto bi-nazionale (cinque fotografi di strada tedeschi e cinque italiani), sono esposti a gennaio 2016 al Museo di Roma in Trastevere e successivamente in una mostra itinerante in tutta Italia.

Tra i suoi fotografi preferiti ci sono: Elliott Erwitt, Henri Cartier-Bresson, Saul Leiter, Garry Winogrand e Lee Friedlander. Molti fotografi contemporanei come Matt Stuart, Jesse Marlow, Jo Wallace, Jack Simon, Nils Jorgensen, Pau Buscató, Tavepong Pratoomwong, Peter Kool.

“Considero la fotocamera uno strumento per affinare i miei sensi, per il mio ambiente che costringe a concentrarmi sui dettagli. Ho costruito una sorta di relazione con gli estranei che fotografo, chi fotografo si trasforma in un amico. Sfogliando il mio portafoglio mi sembra di sfogliare un vecchio annuario del liceo. Naturalmente questa potrebbe non essere un’esperienza reciproca, ma per me la fotografia di strada ha il potenziale di sostituire in parte l’anonimato con una certa intimità”.

Per Schreyerer conta soprattutto l’autenticità. Non organizza le cose, fa pochissima postelaborazione, scatta solo con la luce disponibile. Prende quello che c’è mostrandolo dal suo punto di vista.
Mentre scatta, quasi sempre da solo, il suo approccio varia a seconda del suo stato d’animo. A volte va alla deriva, altre volte si precipita. È molto più interessato al comportamento schietto degli esseri umani e all’estetica che alla tecnologia. Si considero una specie di incrocio tra un flaneur, un voyeur e un filantropo che usa la macchina fotografica per realizzare i suoi studi sociologici.

Il 35 mm è la lunghezza focale preferita per la sua street, lavora al mattino presto o al tardo pomeriggio. Il suo linguaggio visivo è poetico e provocatorio allo stesso tempo. Preferisce le ombre e le situazioni di luce estrema e argomenti a cui è particolarmente legato. Tra questi ci sono, ad esempio, lettori di giornali, suore, bambole, ombrelli, ecc.

“Le migliori storie sono scritte dalla vita stessa: letteralmente giacciono per strada, aspettano di essere osservate, raccolte, raccontate e salvate dall’oblio. Come fotografo di strada, faccio esattamente questo: cerco di guardare da vicino, di filtrare le singole scene e i dettagli del fiume della vita, di enfatizzarli e di creare uno spazio di riflessione. Come cronista della vita quotidiana, raramente esco di casa senza la mia macchina fotografica. Il mio interesse principale è per esseri umani e per la loro interazione con l’ambiente urbano. Sono guidato dalla luce, dall’ombra e dal fascino per la poesia, l’arguzia, la tragedia del quotidiano”.

Testo di Vittorio Gaveglia