“Nei miei sogni mi piacerebbe cambiare stile ogni volta che fotografo un artista. Lavorando con le celebrità il problema è che hai visto già tante altre immagini in cui sono state ritratte, hai già un sacco di informazioni. È necessario trovare qualcosa di diverso, prendere una strada nuova”.

Guido Harari è conosciuto da tutti per i suoi ritratti ai musicisti della scena internazionale. Comincia a fotografare collaborando con artisti come Klaus Schulze, Bob Dylan e Lou Reed. In Italia è il lavoro con Fabrizio De André che lo fa conoscere. Poi collabora con Claudio Baglioni, col libro Notti di note, reportage della prima, grande tournée dell’artista, realizzato in una chiave assolutamente inedita per l’Italia. Fotografa Gaber, Mia Martini, ma anche Pier Paolo Pasolini.

Le sue foto scaturiscono sempre da un rapporto personale con il soggetto, spesso basta anche una sola fotografia, ben azzeccata e carica di significato per raccontare una storia. Ma preferisce instaurare un rapporto a lungo termine con l’artista di turno, con tante occasioni di approfondimento, per poter sviluppare un progetto che vada oltre lo scatto singolo.

A metà degli anni Novanta si fa apprezzare come ritrattista a tutto campo, spogliandosi dell’etichetta di fotografo rock. La sua attività si sviluppa in ogni settore, dalla fotografia istituzionale al reportage, alla moda, alla pubblicità.

Ancora una svolta importante nel 2001 con il libro “E poi, il futuro”, dedicato a Fabrizio De André, subito seguito da “The Beat Goes On”, realizzato insieme a Fernanda Pivano. “Con questo progetto ho scoperto di poter fotografare senza macchina fotografica, facendo piazza pulita delle frustrazioni legate al cosiddetto “attimo fuggente”.

Tornando a De André; lo incontra tardi, nel 1979, quando lo chiamano come fotografo ufficiale della tournée con la PFM. Ricorda Fabrizio come un uomo di cultura sterminata, capace di parlare dei massimi sistemi anche con le persone più semplici. Un po’ snob ogni tanto, ma era curioso e amava parlare con tutti, anche con i fan che si presentavano al cancello dell’Agnata, in Sardegna.

“È stato uno dei pochi artisti per i quali ho nutrito un inguaribile timore reverenziale, perciò preferivo starmene zitto ad ascoltarlo, affascinato dalla sua dialettica”.

Per Harari fotografare personaggi pubblici di un certo rilievo è la sfida più grande, confrontarsi con un immaginario già ampio e consolidato, per esempio nel caso di icone come Vasco o Lou Reed. La sfida è di riuscire a cogliere qualcosa di diverso, di ancora non visto. È importante creare una specie di complicità e giocare con il soggetto, tentare di spostarlo da tutte le costruzioni o sovrastrutture che ha riguardo alla propria immagine. Fotografare un artista è mettersi in relazione con l’altro, trovare la chiave per fare in modo che il tempo trascorso insieme produca qualcosa di interessante per il fotografo e per chi è fotografato.

Guido Harari nasce al Cairo, in Egitto, nel 1952. Inizia la sua professione di fotografo e di giornalista musicale negli anni ’70, un lavoro fino ad allora senza precedenti in Italia. Dagli anni Novanta amplia il suo raggio d’azione all’immagine pubblicitaria, al ritratto istituzionale, al reportage a sfondo sociale e alla grafica (in particolare modo dei suoi volumi). Dal 1994 è membro dell’Agenzia Contrasto. Collabora con i maggiori artisti musicali italiani e internazionali, firma un’infinità di copertine di dischi (Claudio Baglioni, Andrea Bocelli, Paolo Conte, Paul McCartney, Luciano Pavarotti, Lou Reed, Vasco Rossi, Frank Zappa). È stato uno dei fotografi personali di Fabrizio De André con una collaborazione ventennale. Realizza su di lui tre volumi ed è stato uno dei curatori della grande mostra dedicatagli da Palazzo Ducale, a Genova.

“La musica è immagine. Come decodificare la musica di Jimi Hendrix o di Charlie Parker senza avere negli occhi le immagini del primo che incendia la sua Stratocaster sul palco del festival di Monterey o quelle del secondo, immerso in un atroce doppiopetto, avvolto nel fumo dei locali jazz del Dopoguerra?

La musica è immagine fin dalla copertina del disco, fin dalla grafica. Ad esempio, si vedano Bitches Brew di Miles Davis con le immagini d Mati Klarwein, o Disraeli Gears dei Cream, illustrato da Martin Sharp.

È immagine fin dal look dell’artista stesso, che in anni più recenti si affida al video.

I due linguaggi sono e resteranno sempre intimamente intrecciati”.

Testo di Vittorio Gaveglia