L’unico ricordo di sua madre è di una donna molto truccata, capelli rossi e pelle molto chiara. Lei lo abbandona quando è ancora molto piccolo e per questo non la perdonerà mai. È  proprio alla madre che deve il suo successo, visto che nei suoi scatti non si è mai allontanato da quel canone di donna. Modelle dai capelli rossi, sole, in paesaggi deserti, in stanze d’albergo, in squallidi corridoi, in situazioni di disagio, spesso in pose violente e sadiche. Donne invisibili, di cui si vedono solo le gambe e le scarpe col tacco, in sfondi inanimati. Tutta la carriera artistica di Guy Bourdin è pervasa dall’ossessione per il femminile.

Il suo stile diventa inconfondibile: gli elementi della moda, grazie a un’immaginazione perversa, vengono scomposti e ricomposti per creare qualcosa di unico, gli sguardi si perdono nel nulla e la finzione è portata alle estreme conseguenze del sogno o dell’incubo. Immagini che hanno tracciato un solco incredibile nella storia della cultura di massa. Bourdin è stato il primo fotografo di moda a dare più importanza all’immagine che al prodotto.

“Le scarpe ci devono essere nella foto, ma la foto non è una foto delle scarpe”.

Una rivoluzione sia dell’immagine che della pubblicità, il successo di Vogue devo molto a Bourdin. Ha dimostrato al mondo che la moda non è solo consumo ma soprattutto arte.

Inspirato da grandi maestri come Man Ray, Edward Weston, Magritte e Balthus, Bourdin ha cancellato la bellezza femminile, per farne un gioco tetro, una metafora. La perfezione del corpo della donna è sempre messa in discussione e i colori diventano essenziali per una narrazione grottesca e onirica, inusuale, provocatoria, surreale. Ha cambiato l’identità della fotografia di moda, quella con le modelle impeccabili, e ha portato morte, violenza e feticismo nelle pagine delle riviste francesi. Voleva diventare pittore Bourdin ed è tra i primi a stravolgere le fotografie di moda che contengono, di solito, storie affascinanti e bellissime, in racconti drammatici dove i colori si saturano fino all’inverosimile, le immagini diventano iperrealiste, la composizione ritagliata e il prodotto, come detto prima, secondario all’immagine.

Mentre negli anni ’60, si producevano immagini fantastiche della ragazza della porta accanto, Guy Bourdin cattura l’atmosfera degli anni ’70 con umorismo tagliente, erotismo e femminilità oltraggiosa. Collabora con Issey Miyake, Chanel, Ungaro, ma è stato il suo lavoro per l’etichetta della scarpa, Charles Jourdan, a portarlo all’attenzione di un pubblico più vasto. Con queste campagne, trasforma la scarpa in un elemento banale di una messa in scena teatrale, nelle quale prevale il sesso e il cattivo gusto. Protetto di Man Ray nei suoi anni giovanili, Bourdin sicuramente ha influenzato artisti e fotografi contemporanei come David La Chapelle e Jean-Baptiste Mondino.

Guy Louis Banarès, nasce a Parigi nel 1928, la madre lo abbandona quando ha poco più di un anno; è adottato da Madame Bourdin. Nel ’48 riceve la sua prima formazione fotografica sul campo, mentre presta il servizio militare a Dakar. A Parigi, nel 1950 conosce Man Ray con il quale inizia a collaborare vantando e godendo della sua “protezione”. La sua prima (e forse ultima) mostra fotografica risale al 1952, firma le opere con lo pseudonimo di Edwin Hallan. Il primo contatto con la moda risale al ’55, anno in cui inizia la collaborazione con Vogue Paris, con la quale collabora fino al 1987. Bourdin diventerà così uno dei più conosciuti fotografi di moda della seconda metà del XX secolo.

Amante dei corpi e delle curve, Bourdin ha sempre celebrato la donna in ogni sua forma. Le donne di Guy – a partire dalla sua musa Nicolle Meyer – sono sempre scomposte, decostruite, erotiche, iper-sessualizzate, fuori dagli schemi, la donna non è mai stata così imponente prima di lui. Decostruire la donna senza renderla un oggetto è stata la conquista di un uomo che è riuscito a celebrarla soprattuto per il suo lato misterioso.

La vita di Bourdin è turbolenta e inquietante come le sue foto. Il suo atteggiamento verso amiche, mogli, modelle è crudele e sprezzante. Durante gli shooting l’atteggiamento non cambia e spesso esclama: «Sarebbe bello fotografare modelle morte a letto!». Un visionario controcorrente. Rifiuta di esporre le sue fotografie, di produrre libri, di ricevere premi, e solo dopo un decennio dalla sua morte, avvenuta nel 1991, il suo lavoro è stato pubblicato in un libro e solo dopo venti anni è stata organizzata una mostra delle sue fotografie.

Testo di Vittorio Gaveglia