Nasce a Barcellona nel 1975, poi la famiglia si trasferisce a Ibiza. Vive in un villaggio molto piccolo, circondato da un paesaggio rurale di ulivi, mandorli e fichi, completamente in contrasto con l’ambiente urbano da cui proviene.
Dopo nove anni ritorna a Barcellona dove studia architettura seguendo le orme del padre. Nel 2009 si trasferisce in Norvegia e lavora presso una società di ingegneria e architettura. Tutto sembra fantastico dall’esterno, ma dopo un paio di anni viene investito da una sensazione di disagio e questo non può essere ignorato. Nel 2012 si rende conto di non poter continuare quella situazione. È un punto di svolta della sua vita e da allora vive un profondo processo di trasformazione in cui la fotografia ha assunto un ruolo centrale.

A parte la fotografia, ha sempre avuto bisogno di essere in contatto con il mondo della creatività. Le sue foto possono essere influenzate da un dipinto, un film o un libro, come dal lavoro di altri fotografi. Per fare questo deve renderlo suo, elaborarlo, ma non è ancora abbastanza. È influenzato da tantissime cose, come “Il concerto per pianoforte dell’Imperatore”, Kubrick, Cortázar, Joseph Conrad o Paul Klee, le Elegie duinesi, Sibelius, Poe, Polanski, Blade Runner, Wim Wenders; ma cerca fortemente che parte della loro magia trovi una via d’uscita nel suo lavoro e nella vita in generale.

Preferisce le grandi città perché ci sono più cose, più stimoli, hanno tante cose strane. Viaggia molto, Londra, Barcellona, un paio di volte a New York, solo per scattare fotografie. Abituato al piccolo centro di Bergen, andare a New York è stato scioccante. Spiazzato totalmente dalla quantità di cose che accadevano. In un posto come Bergen deve amplificare la sua attenzione per trovare una buona scena scattabile, ma a New York deve per forza di cose essere più selettivo, per non essere sopraffatto.

Quando si va in posti nuovi è più facile guardare le cose con occhi diversi. Forse è più facile concentrarsi: strade, persone, segnali, luci, colori… è tutto nuovo. Cammina instancabilmente prima da un lato della strada, poi passa all’altro. Queste cose lo aiutano a combattere la routine, mantengono i suoi occhi freschi quando si trova di fronte all’ambiente di tutti i giorni.
Poi si lascia andare, si dimentica di se stesso, della macchina fotografica e lascia che il flusso delle situazioni lo porti in giro. In questo modo diventa quasi invisibile e in una specie di stato meditativo in cui si possono vedere più foto potenziali.

Essere costantemente all’erta è diventata un’abitudine, lo rende più consapevole del momento e come ogni esercizio di meditazione, lo fa concentrare sul presente.
In Norvegia gli inverni sono una sfida perché ci sono pochissime ore di luce, Pau è solito scattare senza flash. Ma nonostante questo, di solito, esce a fare foto ogni giorno, anche se a volte è solo per mezz’ora.

Non sa mai in anticipo cosa farà. Non ha mai un’idea preconcetta, quindi quando è fuori per scattare reagisce sempre a qualsiasi cosa richiami la sua attenzione. A volte però, quando trova un posto interessante che fa scattare un’idea, torna lì ripetutamente fino a quando non riesce a tradurre ciò che ha visto in una fotografia. Pau Buscató pensa alle sue foto come interpretazioni del mondo e non semplici presentazioni. Alcune immagini in realtà descrivono fondamentalmente cosa c’era, ma lui preferisce quelle in cui può partecipare più attivamente, attraverso un’idea o la poesia, per estrarre dal banale un’altra realtà; trasformare qualcosa in qualcos’altro.

È frequente che per strada qualcuno o qualcosa attiri la sua attenzione senza alcuna ragione e poi succede qualcosa che dà un senso a questo e gli mostra perché ha aspettato lì. Ciò dimostra che l’intuizione è quasi sempre più utile della pura ragione.

Per Buscató la street photography è imprevedibile e e gli permette di dare libero sfogo all’intuizione e all’immaginazione. È anche un modo per essere sempre concentrato, e questo è diventato sempre più difficile in un mondo che sembra progettato per tenerci costantemente distratti. Per strada tutti vanno con una specie di pilota automatico che li porta a casa dal lavoro e viceversa e che impedisce loro di vedere oltre i loro telefoni e il loro naso. Per fortuna ci sono fotografi che ci fanno vedere cosa si stanno perdendo!

“Quando i bambini giocano, anche se si divertono, lo prendono molto sul serio. È importante. È così serio per loro ora come lo sarà tra dieci anni”. (Julio Cortázar)

La fotografia è così per me; è un gioco, ma è un gioco in cui si può mettere la propria vita. Lo adoro.